Fise vs Olimpiadi🏇Un disastro annunciato.Ma era proprio necessario partecipare alle Olimpiadi in queste condizioni?r

Di Santorre di Santarosa

Completa disfatta nelle tre discipline a cui ha partecipato l’equitazione nazionale, con debacle totali nel salto ostacoli e nel dressage, per poi capitolare anche nel completo. Ma nn sarebbe stato meglio e più onorevole, rinunciare del tutto, e così facendo nn avremmo perso la faccia. Anche se forse la presidenza avrebbe o nel caso dovuto dimettersi.

Ora, mancano tre anni alle. Olimpiadi di Parigi. O siamo. In grado di esser e competitivi, o é meglio passare a una fase di rifondazione totale del settore, comprendendo anche un ricambio della dirigenza che mi pare abbia delle gravi responsabilità molte di più di quelle attribuibili ai cavalieri e ai cavalli.

É infatti ti continuare a parlare di base, di crescita della base, se poi i risultati nn si vedono. Perché o la base è fatta da atleti nn degni di questa parola, oppure i vertici nn hanno la più pallida idea di che atleti la compongano. O, ancora, la dirigenza nulla ha fatto per aiutare, sovvenzionale, selezionare le future prime lamé di questo nostro sport.

Il Coni ora é chiamato a intervenire nei modi e nelle forme che nella atletica, dopo anni di presidenze al limite della decenza, ha messo in campo una nuova dirigenza, come aveva fatto precedentemente con il nuoto, hanno portato a risultati assolutamente eccellenti come dimostrano le 5 medaglie d’oro.

La proposta della Fise per il rilancio dell’ippica

Un fantasma si aggira per l’Europa: è l’#ippica italiana che ha riaperto: ma nn era meglio se rimanesse chiusa?

Claudio Gobbi

Ci voleva una ex contadina di nome #TeresaBellanova per riaprire un settore in cui incapaci e truffaldini l’hanno ridotta a quello che è tuttora un fantasma popolato da cialtroni.

Una classe dirigente vergognosa da cui non è esclusa quella del Mipaaf ha ridotto una eccellenza del Paese a un simulacro in cui si aggirano allevatori che nn sono degni di questo nome che anche in un recente passato hanno snobbato un proprietario del livello di Stronak, o che alle aste del 2019 nn sono riusciti a proporre un puledro da oltre 75.000 Euro.

Incapaci che nn hanno nessuna considerazione del marketing. O trainer che con quattro soldi acquistano alle aste estere vagonate di puledri che fanno il pieno nelle corse nazionali.

Con una programmazione lontana da qualsiasi sistema europeo, con corse fallimentari come Derby e Oaks e Gran Premio di Milano dove corrono brocchi che nn sono im grado di vincere una condizionata a Newmarket. Un sistema in cui la promozione è un vocabolo sconosciuto. Con ippodromi che vivono dei contributi di Stato e a cui nn importa nulla se c’è il pubblico o meno che per fare cassa come San Siro, ci fanno i concerti o fallimentari mercatini. Con un ministero che non paga i premi e che fa morire di fame trainer, allevatori e proprietari. Gente che aspetta il proprietario per sopravvivere con le pensioni. NN vado oltre per decenza. un ippica in cui tutti i migliori Da Atzeni, a Marcialis, ai due De Muro, sono andati all’estero.

Ps da questo sistema escludo Merano di Giovanni Martone, naturalmente inviso dai cialtroni

E poi dopo che la Bellanova ha garantito la ripresa delle corse hanno fatto una inutile manifestazione nazionale.

Ps, nn importerà a nessuno, ma in ippodromo nn ci metto più piede

 

 

Dir

Hemingway tra San Siro, Milano, Lonchamp e Parigi. La storia di un fantino e di due grandi cavalli.

I protagonisti di questo racconto

Da sinistra. Ksar, il grande cavallo poi vincitore di Arc e grande stallone – il Cafè de Paris negli anni venti e tutt’ora esistente in cui si racconta parte della storia e luogo di ritrovo di fantini –  l’insegna che campeggia all’ingresso della città di Maison Lafitte – Ernest Hemingway al lavoro – Kircubbin, il vincotore del Gran Prix de Saint Cloud

Da I 49 RACCONTI di Hernest Hemingway uno spaccato sull’ippica milanese e parigina degli anni Venti di un grande scrittore e grande appassionato di corse e purosangue. In cui si narra anche di un altrettanto grande fantino italiano, Federico Regoli e dei Turner, del Gran Premio del Commercio del ’22 vinto da Lantorna, di proprietà austriaca e del Gran Prix de St Cloud dove il jokey di Ksar imbragò e fece vincere Kircubbin.

I personaggi uomini e cavalli di questo racconto di un giovane Hemingway, che amava Milano per esserci stato da corrispondente di guerra, da cui trasse il libro Addio Alle armi, sono in parte realmente esistiti. Vero è l’aneddoto relativo al Gran Premio del Commercio, e soprattutto quello sul Gran Prix de Saint Cloud dove il grande Ksar fu battuto in foto dal più modesto Kircubbin. CG

“Il mio vecchio” di Hernest Hemingway da “I 49 Racconti”

Adesso, ripensandoci, credo proprio che il mio vecchio avesse la tendenza a ingrassare, a diventare, preciso preciso, uno di quei tombolotti che si vedono in giro, ma di sicuro non lo diventò mai, tranne un po’ verso la fine, forse, e allora non era colpa sua, allora faceva solo corse a ostacoli e poteva permettersi di portare tutto il peso che voleva. Ricordo quando s’infilava un camiciotto di gomma sopra un paio di maglie, e sopra il camiciotto ancora un altro maglione, e mi faceva correre con lui la mattina sotto il sole cocente. Magari, la mattina di buon’ora, aveva già fatto qualche giro di prova con uno dei brocchi di Razzo, subito dopo essere arrivato da Torino alle quattro del mattino e aver preso un taxi per correre alle scuderie, e poi, con la rugiada che copriva ogni cosa e il sole che cominciava a spuntare solo allora, io lo aiutavo a sfilarsi gli stivali e lui si metteva un paio di scarpe da ginnastica e tutte queste maglie, e ci avviavamo insieme. «Su, ragazzo» diceva, saltellando sulla punta dei piedi davanti allo spogliatoio dei fantini «rimoviamoci.» Allora facevamo forse un giro di campo, con lui che tirava, correndo con eleganza, e poi uscivamo dal cancello e prendevamo una di quelle strade con gli alberi da tutt’e due le parti che partono da San Siro. Quando uscivamo dall’ippodromo passavo in testa io, che ero capace di correre piuttosto forte, e voltandomi indietro a guardare lo vedevo saltellare con disinvoltura alle mie spalle, e dopo un po’ mi voltavo un’altra volta e lui aveva cominciato a sudare. Sudando copiosamente continuava a darci dentro, con gli occhi incollati alla mia schiena, ma quando si accorgeva che lo guardavo sorrideva e diceva: «Sudo abbastanza?». Quando il mio vecchio sorrideva, nessun altro poteva trattenere un sorriso. Continuavamo a correre verso le montagne e poi il mio vecchio urlava: «Ehi, Joe!» e io mi voltavo indietro e lui era là seduto sotto un albero con un asciugamano intorno al collo, quello che prima aveva intorno alla vita. Tornavo indietro e mi sedevo accanto a lui e lui toglieva di tasca una corda e cominciava a saltare la corda, al sole, col sudore che gli grondava dal viso, e saltava nella polvere bianca con la corda che faceva cloppete, cloppete, clop, clop, clop, e il sole che diventava sempre più caldo, e lui che ci dava dentro sempre più, avanti e indietro per un pezzo di strada. Ehi, anche vedere il mio vecchio che saltava la corda era uno spettacolo. Sapeva farla roteare velocissima o volteggiare lenta ed elegante. Ehi, avreste dovuto vedere come ci guardavano gli italiani, certe volte, quando passavano di lì per entrare in città, marciando di fianco ai giovenchi, grossi e bianchi, che tiravano il carro. Avevano proprio l’aria di pensare che il mio vecchio fosse matto. Quanto a lui, faceva girare la corda così in fretta che quelli s’incantavano a guardarlo, poi scuotevano i giovenchi con uno schiocco della lingua e una stoccata del pungolo e si rimettevano in cammino. Quando stavo là seduto a guardarlo, mentre lui ci dava dentro sotto il sole cocente, sentivo proprio un grande affetto per lui. Era uno spasso, e lui ce la metteva proprio tutta, e finiva con un vero mulinello che gli faceva colare il sudore dal viso come se fosse acqua, e poi buttava la corda ai piedi dell’albero e veniva a sedersi lì con me e si appoggiava all’albero con l’asciugamano e un maglione intorno al collo. «Certo che è dura tenerla giù, Joe» diceva, appoggiando le spalle al tronco e chiudendo gli occhi e tirando respiri lunghi e profondi «non è come quando sei un ragazzo.» Poi si alzava e, prima che cominciasse a raffreddarsi, tornavamo di corsa alle scuderie. Ecco quello che si doveva fare per non far salire il peso. Lui era sempre preoccupato. Alla maggior parte dei fantini basta montare per togliersi di dosso il grasso in più. Un fantino perde circa un chilo ogni volta che monta, ma il mio vecchio si era come prosciugato e non poteva tener bassi i suoi chili senza tutte quelle corse. Ricordo una volta a San Siro quando Regoli (Federico Regoli), un piccolo italiano che montava per Buzoni, uscì attraverso il paddock per andare a prendere qualcosa di fresco al bar; si batteva gli stivali col frustino, dopo essersi appena pesato, e anche il mio vecchio era appena stato al peso, e usci con la sella sottobraccio, rosso in faccia e stanco e troppo grosso per il costume di seta che indossava, e si fermò a guardare il giovane Regoli ritto davanti al banco di quel bar all’aperto, con la sua aria fresca e infantile, e io dissi: «Che c’è, papa?», perché credevo che Regoli, magari, lo avesse spinto o disturbato in qualche modo, e lui si limitò a guardare Regoli e a dire: «Oh, all’inferno» e prosegui verso gli spogliatoi. Be’, sarebbe andato tutto bene, forse, se fossimo rimasti a Milano, correndo a Milano e a Torino, perché se c’erano degli ippodromi facili erano questi due. «Una passeggiata, Joe» disse il mio vecchio quando mise piede a terra nel recinto del vincitore dopo quello che secondo gli italiani doveva essere uno steeplechase da brivido. Un giorno glielo chiesi. «Questa pista ti porta da sola. È l’andatura a rendere pericoloso il salto degli ostacoli, Joe. Qui si va come lumache, e non ci sono nemmeno degli ostacoli veramente brutti. Ma è sempre l’andatura. non gli ostacoli – a metterti nei guai.» San Siro era l’ippodromo più bello che io avessi mai visto, ma il vecchio diceva che era una vita da cani. Andare avanti e indietro tra Mirafiori e San Siro e montare quasi tutti i giorni con un viaggio in treno ogni due notti. Anch’io ero pazzo per i cavalli. C’è qualcosa, quando escono e si avviano lungo la pista al palo di partenza. Nervosi e scalpitanti come sono, col fantino che ora li trattiene e ora forse molla un po’ le redini e li lascia scattare in avanti. Poi, una volta arrivati ai nastri, mancava poco che mi sentissi male. Specie a San Siro, con quel grande campo verde e i monti in lontananza e il grasso mossiere italiano con la sua grossa frusta e i fantini che cincischiano e poi i nastri che si alzano di scatto e quella campana che suona e tutti che partono in gruppo e poi cominciano a sgranarsi in una lunga fila. Lo sapete come parte un grappolo di brocchi. Se siete su in tribuna col binocolo, tutto quello che si vede è quando si gettano avanti, e poi suona quella campana e sembra che continui a suonare per mille anni, e poi si vedono sbucare dalla curva, a rotta di collo. Ma il mio vecchio disse un giorno, negli spogliatoi, mentre si cambiava: «Questi non sono cavalli, Joe. A Parigi li manderebbero al macello per tenere gli zoccoli e le pelli». Era il giorno in cui aveva vinto il premio del Commercio (poi Gran Premio di Milano, ndr) su Lantoma, facendola scattare negli ultimi cento metri come un tappo da una bottiglia. Fu subito dopo quel premio che partimmo e lasciammo l’Italia. Il mio vecchio, Holbrook e un italiano grasso col cappello di paglia che continuava ad asciugarsi la faccia con un fazzoletto ebbero una discussione a un tavolo in Galleria. Parlavano tutti in francese e gli altri due ce l’avevano col mio vecchio per qualcosa. Alla fine lui non parlò più ma rimase là seduto a guardare Holbrook, e i due insistevano, parlando prima l’uno e poi l’altro, con l’italiano grasso che interrompeva sempre Holbrook. «Vammi a comprare lo “Sportsman”, eh, Joe?» disse il mio vecchio, e mi allungò due soldi senza distogliere lo sguardo da Holbrook. Così uscii dalla Galleria per andare davanti alla Scala a comprare il giornale, e tornai indietro e mi tenni un po’ in disparte perché non volevo interferire, e il mio vecchio era seduto con le spalle appoggiate allo schienale guardando il suo caffè e giocherellando col cucchiaino, e Holbrook e l’italiano grasso erano in piedi, e l’italiano grasso si asciugava il viso e scuoteva la testa. E io mi avvicinai e il mio vecchio si comportò proprio come se quei due non fossero là in piedi e disse: «Vuoi un gelato, Joe?». Holbrook abbassò lo sguardo e disse, lento e preciso: «Figlio di puttana» e se ne andò con l’italiano grasso, passando fra i tavoli. Il mio vecchio rimase là seduto e mi rivolse una specie di sorriso, ma il suo volto era bianco e sembrava che lui stesse malissimo, e io avevo una gran fifa e mi sentivo un vuoto al-la bocca dello stomaco perché sapevo che era successo qualcosa e non capivo come uno potesse dare al mio vecchio del figlio di puttana e farla franca. Il mio vecchio aprì lo “Sportsman” e per qualche tempo studiò gli handicap e poi disse: «Bisogna sopportare un mucchio di cose in questo mondo, Joe».

E tre giorni dopo, col treno di Torino per Parigi, lasciavamo Milano per sempre, dopo aver venduto all’asta, davanti alle scuderie di Turner, tutto quello che non eravamo riusciti a ficcare in un baule e in una valigia. Arrivammo a Parigi la mattina di buon’ora, in una stazione lunga e sporca che – mi disse il vecchio – era la Gare de Lyon. Dopo Milano, Parigi era una città spaventosamente grande. A Milano si ha sempre l’impressione che tutti vadano in qualche posto, e che tutti i tram abbiano una destinazione e che non ci sia nessuna confusione; Parigi, invece, è tutta fatta su come una palla e nessuno la srotola mai. Finì per piacermi, comunque, almeno in parte, perché, accidenti, ci sono i migliori ippodromi del mondo. Si direbbe che sia questa, la molla di tutto, e tutto quello che si può pensare è che ogni giorno ci saranno degli autobus per andare all’ippodromo dove si corre, qualunque sia, passando sopra a tutto pur di arrivare là. Non sono mai riuscito a conoscere bene Parigi, perché ci venivo una o due volte la settimana col vecchio da Maisons e lui si sedeva sempre al Café de la Paix, dalla parte dell’Opera, col resto della ganga di Maisons, e credo che sia una delle parti più trafficate della città. Ma, dico, è strano che una città come Parigi non abbia una Galleria, no? Dunque, noi andammo a stare a Maisons-Laffitte, dove stanno quasi tutti tranne la ganga di Chantilly, da una certa signora Meyers che dirige una pensione. Maisons, per abitarci, è forse il più bel posto che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Il paese non è granché, ma c’è un lago e una bellissima foresta dove andavamo a zonzo tutto il giorno, io e un amico, e il mio vecchio mi costruì una fionda con cui prendemmo un mucchio di cose, ma la migliore era una gazza. Con questa fionda, un giorno, il giovane Dick Atkinson colpi un coniglio, e noi lo mettemmo sotto un albero, e gli stavamo seduti tutt’intorno, a fumare le sigarette di Dick, quando a un tratto il coniglio saltò su e se la batté tra i cespugli, e noi ci buttammo all’inseguimento ma non riuscimmo a trovarlo. Dio, come ci siamo divertiti a Maisons. La signora Meyers mi serviva il pranzo al mattino, e poi io stavo fuori tutto il giorno. Imparai presto a parlare francese. È una lingua facile. Appena arrivati a Maisons, il mio vecchio scrisse a Milano per avere la licenza, e rimase piuttosto preoccupato finché non arrivò. Passava molte ore con la ganga al Café de Paris di Maisons, perché lì c’era un sacco di gente che aveva conosciuto quando correva a Parigi, prima della guerra, e c’è sempre molto tempo libero perché il lavoro nella scuderia, per i fantini, cioè, è già finito alle nove del mattino. Loro portano fuori il primo gruppo di ronzini, per fargli fare una galoppata, alle cinque e mezzo del mattino, e il secondo gruppo lo portano a spasso alle otto. Ciò significa che bisogna alzarsi presto e anche andare a letto presto. Se poi il fantino monta anche per qualcuno, non può andare in giro a bere, perché, se è un ragazzo, l’allenatore gli tiene gli occhi addosso e se non lo è gli occhi addosso se li tiene da solo. Così, se non lavora, il fantino passa quasi tutto il tempo con la ganga al Café de Paris, e sono tutti capaci di star seduti due o tre ore davanti a un bicchiere, per esempio di vermut col seltz, a parlare e a raccontare storielle e a giocare a bigliardo, ed è un po’ come un circolo o, a Milano, la Galleria. Solo che non è proprio come la Galleria, perché là c’è sempre un gran viavai e i tavoli sono affollatissimi. Dunque, il mio vecchio ebbe la sua licenza. Gliela spedirono senza una parola e lui disputò un paio di corse. Amiens, le città dell’interno e così via, ma sembrava che non riuscisse ad avere un ingaggio. Era simpatico a tutti, e ogni volta che al mattino entravo nel caffè trovavo qualcuno che beveva con lui, perché il mio vecchio non era uno spilorcio come la maggior parte di questi fantini che hanno guadagnato il primo dollaro correndo nel novecentoquattro alla Fiera mondiale di St Louis. Così diceva il mio vecchio per sfottere George Burns (fantino americano, ndr). Ma sembrava che tutti si guardassero bene dal trovargli un cavallo. Ogni giorno andavamo con la macchina da Maisons dovunque si corresse, e quella era la cosa più divertente di tutte. Io fui contento quando, alla fine dell’estate, i cavalli tornarono da Deauville. Anche se questo significava non andare più a spasso per i boschi, perché allora andavamo con la macchina a Enghien o a Tremblay o a Saint-Cloud a vederli dalla tribuna degli allenatori e dei fantini. Ne imparai, di cose, sulle corse, andando in giro con quella comitiva, e il bello era che ci si andava tutti i giorni. Ricordo, una volta, a Saint-Cloud. Era una grande corsa (Gran Prix de Saint Cloud, ndr) da duecentomila franchi con sette concorrenti e Kzar era il grande favorito. Io andai nel paddock a vedere i cavalli col mio vecchio, e non ne avete mai visti di cavalli come quelli. Questo Kzar è un cavallone giallo che sembra fatto apposta per correre. Non ho mai visto un cavallo simile. Lo portavano in giro per il paddock a testa bassa, e quando passò vicino a me mi sentii un vuoto allo stomaco, tanto era bello. Non era mai esistito un cavallo così meraviglioso, snello e fatto per correre. E girava per il paddock mettendo gli zoccoli dove doveva metterli, e muovendosi con calma, con precisione e con disinvoltura, come se sapesse esattamente quello che doveva fare, e senza impuntarsi e senza impennarsi e senza strabuzzare gli occhi come si vede fare a questi brocchi messi in vendita con la bomba in corpo. La folla era cosi fitta che dopo un po’ non riuscivo più a vederne altro che le zampe che passavano e un po’ di giallo, e il mio vecchio si mise a fendere la calca e io lo seguii negli spogliatoi dei fantini, tra gli alberi sul retro, e c’era una gran folla anche da quelle parti, ma l’uomo sulla porta, con la bombetta, salutò il mio vecchio con un cenno del capo e noi entrammo, e tutti stavano seduti qua e là e si vestivano e s’infilavano camicie dalla testa e si mettevano stivali e dappertutto c’era un odore caldo di sudore e linimento, e fuori c’era la folla che guardava dentro. Il mio vecchio andò a sedersi vicino a George Gardner che si stava infilando i calzoni e disse: «Che mi racconti, George?», nel suo tono di voce più normale, perché è inutile fare la commedia, perché George può fare due cose: o glielo dice o non glielo dice. «Non vince» dice George, pianissimo, sporgendosi verso di lui e abbottonandosi le braghe sotto il ginocchio. «Chi vince?» fa il mio vecchio, avvicinandosi per non farsi sentire da nessuno. «Kircubbin» dice George «e in questo caso fa’ un paio di puntate anche per me.» Il mio vecchio dice qualcosa a George con la sua voce normale e George dice: «Non puntare mai sui cavalli che ti dico io» come scherzando, e noi ce la battiamo e passiamo tra la gente che guardava dentro, fino al totalizzatore da cento franchi. Ma io sapevo che c’era sotto qualcosa, perché George è il fantino di Kzar. Strada facendo il mio vecchio prende uno di quei fogli gialli con le quote di partenza, e Kzar paga solo cinque a dieci, poi, tre a uno, viene Cefisidote, e al quinto posto c’è questo Kircubbin, otto a uno. Il mio vecchio punta su Kircubbin, cinquemila vincente e mille piazzato, e poi girammo dietro le tribune per salire le scale e scegliere un posto da cui seguire la corsa. Eravamo pigiati come sardine, e per primo uscì un uomo con una giacca lunga, un cilindro grigio e in mano una frusta ripiegata, e poi i cavalli, l’uno dopo l’altro, con i fantini in sella e uno stalliere che li teneva per le briglie da ogni lato e procedeva di fianco agli animali, seguirono il vecchio signore. Al primo posto era quel cavallone giallo, Kzar. Non sembrava così grosso, la prima volta che lo vedevi, finché non notavi la lunghezza delle zampe e tutto il modo in cui è fatto e come si muove. Accidenti, non ho mai visto un cavallo simile. Lo montava George Gardner, e venivano avanti lentamente, cavallo e cavaliere, dietro il vecchio signore col cilindro grigio che camminava come se fosse il direttore di un circo. Dietro Kzar, che avanzava lustro e giallo sotto il sole, veniva un bel morello dalla testa ben proporzionata montato da Tommy Archibald; e dopo il morello c’era una fila di altri cinque cavalli che passavano tutti lentamente, in processione, davanti alle tribune e al pesage. Il mio vecchio disse che il moro era Kircubbin e io lo guardai bene, ed era un bel cavallo, sissignori, ma con Kzar non aveva niente da spartire. Tutti applaudirono Kzar, mentre passava, ed era proprio un bellissimo cavallo. Il corteo girò dall’altra parte, passando davanti al prato, e si fermò in fondo alla pista, dove il direttore del circo ordinò agli stallieri di lasciar liberi i cavalli, l’uno dopo l’altro, in modo che sfilassero al galoppo davanti alle tribune mentre andavano ai nastri di partenza e tutti potessero vederli bene. Si erano appena allineati quando suonò il gong, e allora fu possibile vederli, lontanissimi, di là dal prato, partire tutti in gruppo e gettarsi verso la prima curva come tanti cavallini per bambini. Io li stavo guardando col binocolo e Kzar era piuttosto indietro, con uno dei bai che facevano l’andatura. Finirono la curva, entrarono in rettilineo e passarono davanti alle tribune, e Kzar era molto indietro quando ci passarono davanti, mentre in testa c’era questo Kircubbin, che filava senza intoppi. Dio, è terribile quando ti passano davanti e poi ti tocca di vederli allontanarsi e diventare sempre più piccini, e poi tutti raggruppati nelle curve, per poi sgranarsi nuovamente in rettilineo, e ti vien voglia d’inveire e bestemmiare sempre più. Finalmente fecero T’ultima curva ed entrarono in dirittura d’arrivo con in testa questo Kircubbin, staccato di un bel po’. Tutti avevano una faccia strana e dicevano «Kzar» come se avessero mal di pancia, mentre i cavalli divoravano il rettilineo, e poi qualcosa uscì dal gruppo ed entrò nel mio campo visivo, qualcosa di simile a una striscia gialla con la testa di cavallo, e tutti cominciarono a gridare «Kzar» come se fossero diventati matti. Kzar era il cavallo più veloce che io avessi mai visto in vita mia, e incalzava Kircubbin che, per essere un morello, non poteva andare più svelto di così, col fantino che lo frustava a tutto spiano, e per un attimo furono testa a testa anche se Kzar, con quei balzi giganteschi e quella testa alta, sembrava due volte più veloce di lui: ma fu mentre erano così testa a testa, che passarono il traguardo, e quando apparvero i cartelli con i numeri il primo era un due e ciò significava che Kircubbin aveva vinto. Io mi sentivo, dentro, tutto strano e tremante, e poi ci trovammo pigiati tra là folla che scendeva le scale per andarsi a mettere davanti al tabellone dove avrebbero esposto quanto pagava Kircubbin. Parola, guardando la corsa mi ero dimenticato di quanto il mio vecchio aveva puntato su Kircubbin. Avevo tanto voluto che Kzar la vincesse. Ma ora che tutto era finito era bello sapere che avevamo azzeccato il vincente. «Non è stata una bella corsa, papa?» gli dissi. Mi guardò in modo strano, con la bombetta sulla nuca. «George Gardner è un gran fantino, come no» disse. «Ci voleva proprio un gran fantino per impedire a quello Kzar di vincere.» Avevo sempre saputo, si capisce, che era una corsa truccata. Ma sentirlo dire così, dal mio vecchio, fu un colpo terribile, per me, da cui non mi ripresi nemmeno quando affissero i numeri al tabellone e suonò la campana per avvertire gli scommettitori e vedemmo che Kircubbin pagava sessantasette e cinquanta a dieci. Tutt’intorno la gente diceva: «Povero Kzar! Povero Kzar!». E io pensavo: Vorrei essere un fantino, e vorrei averlo potuto montare io invece di quel figlio di puttana. Ed era strano, pensare a George Gardner come a un figlio di puttana, perché mi era sempre stato simpatico e per giunta ci aveva dato il vincente, ma a conti fatti credo proprio che lo sia, sissignore un figlio di puttana.

Il mio vecchio era pieno di soldi, dopo quella corsa, e cominciò a venire a Parigi più spesso. Se correvano a Tremblay, si faceva lasciare giù in città mentre gli altri tornavano a Maisons, e ci sedevamo insieme davanti al Café de la Paix a guardare la gente che passava. È divertente stare là seduti. Ci sono fiumi di gente che passa e tipi di ogni genere che ti abbordano per venderti qualcosa, e a me piaceva molto stare là seduto col mio vecchio. Era in quei momenti che ci divertivamo di più. Arrivavano dei tipi che vendevano dei buffi conigli che saltavano se schiacciavi una peretta e venivano al nostro tavolo e il mio vecchio scherzava con loro. Parlava il francese proprio come l’inglese e tutta quella gente sapeva chi era, perché un fantino si riconosce sempre: e poi noi ci sedevamo sempre allo stesso tavolo e loro si abituavano a vederci là. C’erano dei tipi che vendevano bollettini di annunci matrimoniali e delle ragazze che vendevano uova di gomma dalle quali, schiacciandole, saltava fuori un gallo; e un vecchio dall’aria losca che passava con delle cartoline di Parigi, mostrandole a tutti, e nessuno naturalmente le comprava, e allora lui tornava indietro e mostrava il disotto del mazzo, ed erano tutte cartoline sconce, e un sacco di gente sceglieva quelle che preferiva e le comprava. Dio, ricordo la strana gente che passava. Ragazze che all’ora di cena cercavano qualcuno che le portasse a mangiar fuori, e si rivolgevano al mio vecchio e lui diceva qualche battuta in francese e loro mi facevano una carezza sulla testa e tiravano diritto. Una volta c’era un’americana seduta con la figlia al tavolo vicino al nostro, e mangiavano il gelato, tutt’e due, e io non facevo che guardare la bambina, che era di una bellezza straordinaria, e le sorrisi e lei sorrise a me, ma la cosa finì lì, perché io le cercavo tutti i giorni e pensavo a quali scuse trovare per parlarle e mi chiedevo se, una volta che l’avessi conosciuta, sua madre mi avrebbe permesso di portarla a Auteuil o a Tremblay, mentre non le rividi mai più, né l’una né l’altra. Comunque, credo che non sarebbe servito a niente, perché ripensandoci ricordo di essermi detto che il modo migliore per attaccare discorso consisteva nel dire: «Scusate, ma posso darvi un vincente per le corse di oggi a Enghien?», e dopo tutto forse lei avrebbe pensato che ero uno di quelli che vendono le dritte sui cavalli, invece di essere uno che voleva darle sul serio un vincente. Stavamo là seduti al Café de la Paix, io e il mio vecchio, e il cameriere ci portava in palma di mano, perché il mio vecchio beveva whisky e l’whisky costava cinque franchi, e questo significava una buona mancia quando si contavano i piattini. Il mio vecchio beveva più che mai, più di quanto lo avessi visto fare, ma allora non montava, e per giunta diceva che l’whisky gli impediva d’ingrassare. Io invece mi ero accorto che ingrassava lo stesso. Si era staccato dalla vecchia ganga di Maisons e sembrava che gli piacesse solo starsene là seduto, con me, sul boulevard. Ma ogni giorno lasciava all’ippodromo una parte dei suoi quattrini. Si sentiva un po’ depresso dopo l’ultima corsa, se quel giorno aveva perso, finché non eravamo seduti ai nostro tavolo, e allora beveva il primo whisky e stava bene. Leggeva il “Paris-Sport” e mi guardava e diceva: «Dov’è la tua ragazza, Joe?», per prendermi in giro, dal momento che gli avevo parlato della bambina di quel giorno al tavolo accanto. E io arrossivo, ma non mi dispiaceva essere preso in giro per lei. Mi dava una sensazione gradevole. «Tieni gli occhi aperti, Joe» diceva lui «tornerà.» Mi faceva un mucchio di domande e rideva, di certe cose che dicevo io. E poi si metteva a parlare. Delle corse in Egitto, o a Saint-Moritz, sul ghiaccio, prima che morisse mia madre, e di quando, durante la guerra, si facevano, nel sud della Francia, vere e proprie corse senza premi, né scommesse, né spettatori, né altro, solo per non perdere la razza. Vere corse con i fantini che spremevano al massimo i cavalli. Dio, potevo starlo a sentire per ore mentre parlava, specie dopo che aveva bevuto un paio di whisky e magari qualcuno di più. Mi raccontava di quando era ragazzo nel Kentucky e andava a caccia di procioni, e dei vecchi tempi negli States prima che andasse tutto a rotoli. E diceva: «Joe, quando avremo vinto una posta come dico io, tu tornerai là negli States e andrai a scuola». «Perché devo tornare negli States e andare a scuola se là è andato tutto a rotoli?» gli chiedevo. «Questo è un altro discorso» diceva lui, e chiamava il cameriere e pagava la pila di piattini e prendevamo un taxi per la Gare Saint-Lazare e salivamo sul treno per Maisons. Un giorno a Auteuil, dopo uno steeplechase a vendere, il mio vecchio comprò il vincente per trentamila franchi. Dovette andare un po’ su con le offerte, per averlo, ma finalmente la scuderia mollò il cavallo e il mio vecchio, in una settimana, ebbe il suo permesso e i suoi colori. Dio, come mi sentivo orgoglioso quando il mio vecchio diventò un proprietario. Si mise d’accordo con Charles Drake per un box e smise di venire a Parigi, e riprese a correre e a sudare, e lui e io eravamo tutto il personale della nostra scuderia. Il cavallo si chiamava Gilford, era di razza irlandese ed era un buon saltatore, bello ed elegante. Il mio vecchio pensava che alle’ nandolo e montandolo da sé fosse un buon investimento. Io ero fierissimo di tutto e pensavo che Gilford fosse un buon cavallo come Kzar. Era un buon saltatore, un baio, robusto e molto veloce in piano, se lo spingevi a fondo, ed era anche bello da vedere. Dio, come mi piaceva. La prima volta che partì col mio vecchio in arcione, finì terzo in una corsa a ostacoli di duemilacinquecento metri, e quando mio padre smontò, tutto sudato e felice nel recinto dei piazzati, e andò al peso, mi sentii così fiero di lui come se fosse la prima corsa in cui era riuscito a piazzarsi. Vedete, quando uno non monta da un pezzo, si stenta a convincersi che abbia davvero montato, una volta. Adesso era tutto diverso, perché a Milano pareva che nemmeno le grandi corse avessero molta importanza per il mio vecchio, e se vinceva non si entusiasmava mai, mentre adesso la situazione era tale che non riuscivo quasi a dormire la notte prima di una corsa, e sapevo che anche il mio vecchio era emozionato, sebbene non lo dimostrasse. È montare per sé che cambia tutto. La seconda volta che corsero, Gilford e il mio vecchio, era una piovosa domenica a Auteuil, nel Prix du Marat, uno steeplechase di quattromilacinquecento metri. Come fu in pista scappai su in tribuna col binocolo nuovo che mi aveva comprato il mio vecchio perché potessi seguire la loro corsa. Partivano lontano, dalla parte opposta dell’ippodromo, e ai nastri c’era un po’ di agitazione. Un cavallo con i paraocchi faceva una grande confusione e s’impennava e ruppe una volta la barriera, ma io vedevo che il mio vecchio, nella nostra giubba nera con la croce bianca e col berretto nero, si alzava sulla sella e carezzava Gilford con la mano. Poi partirono di scatto e scomparvero dietro gli alberi e il gong suonava disperatamente e con grande fragore si chiudevano gli sportelli del totalizzatore. Dio, ero tanto emozionato che non avevo il coraggio di guardarli, però puntai il binocolo nel punto dove dovevano uscire da dietro gli alberi, e da dietro gli alberi uscirono, con la vecchia giubba nera al terzo posto, volando tutti come uccelli sopra sull’ostacolo. Poi scomparvero di nuovo e poi riapparvero, precipitandosi giù per la di’ scesa, e correvano tutti insieme con scioltezza, rapidi e leggeri, e tutti insieme saltavano l’oxer, senza fatica, e formando un gruppo compatto si allontanavano. Sembrava gli si potesse camminare sulla schiena, tanto erano vicini e tanto tranquilla era la loro andatura. Poi s’innalzarono sulla doppia siepe e uno cadde. Non riuscii a vedere chi fosse, ma in un attimo il cavallo era in piedi e galoppava, libero, mentre gli altri, sempre in gruppo, affrontavano la lunga curva a sinistra prima del rettilineo. Saltarono il muretto e tutti insieme vennero giù per la pista verso la grande riviera proprio davanti alle tribune. Li vidi arrivare e incoraggiai a gran voce il mio vecchio mentre passava, ed era in testa lui di circa una lunghezza e guadagnava, agile come una scimmia, e correvano tutti verso la riviera. Tutti insieme spiccarono il salto sopra la grande siepe della riviera e allora ci fu uno scontro, e due cavalli uscirono dall’ostacolo di traverso, e continuarono a correre, e altri tre caddero l’uno addosso all’altro. Non vedevo più il mio vecchio. Un cavallo si mise in ginocchio e si rialzò, e il fantino lo prese per le redini, balzò in sella e partì verso il traguardo, inseguendo la borsa dei piazzati. L’altro cavallo si alzò e andò via per conto suo, scuotendo la testa e galoppando a briglia sciolta, mentre il fantino si portava barcollando ai margini della pista e si appoggiava allo steccato. Poi Gilford si girò su un fianco, scoprendo il mio vecchio, e si alzò e si mise a correre su tre zampe, con lo zoccolo anteriore penzoloni, e il mio vecchio era là sull’erba, lungo disteso, con la faccia rivolta al cielo e un lato della testa tutto coperto di sangue. Corsi giù dalla tribuna e mi ficcai nella calca e raggiunsi il parapetto e un poliziotto mi afferrò e mi trattenne, mentre due grossi barellieri correvano verso il mio vecchio e, dall’altra parte della pista, tre cavalli, sgranati, uscivano dagli alberi e saltavano l’ostacolo. Il mio vecchio era morto quando lo portarono dentro, e mentre un dottore gli ascoltava il cuore con un aggeggio infilato nelle orecchie udii uno sparo in fondo alla pista che significava che avevano ucciso Gilford. Mi gettai sul mio vecchio, quando portarono la barella nella sala dell’infermeria, e mi aggrappai alla barella e piansi senza freno, e lui appariva così pallido e stanco e così morto, così spaventosamente morto; e non potevo far a meno di pensare che se il mio vecchio era morto forse non c’era stato nessun bisogno di sparare a Gilford. Il suo zoccolo avrebbe potuto guarire. Non so. Gli volevo tanto bene, al mio vecchio. Poi entrarono due uomini e uno mi batte la mano sulla spalla e poi si avvicinò e guardò il mio vecchio e poi prese un lenzuolo dal lettino e glielo stese sopra; e l’altro stava telefonando, in francese, che mandassero l’ambulanza per portarlo a Maisons. E io non riuscivo a smettere di piangere, di piangere e di morire soffocato, quasi, e poi entrò George Gardner e si sedette accanto a me sul pavimento e mi cinse le spalle con un braccio e dice: «Su, Joe, vecchio mio. Alzati e andiamo fuori ad aspettare l’ambulanza». Io e George uscimmo e ci fermammo davanti al cancello, e io cercavo di smettere di frignare e George mi asciugò la faccia col suo fazzoletto e stavamo un po’ indietro mentre la folla usciva dal cancello e due tizi si fermarono accanto a noi mentre aspettavamo che la folla uscisse dal cancello e uno dei due stava contando un pacco di tagliandi del totalizzatore e disse: «Be’, Butler ha avuto il fatto suo». L’altro disse: «Non m’importa un accidente di quell’impostore. Ben gli sta, con tutti gli imbrogli che ha fatto». «Lo dico anch’io» disse l’altro, e stracciò in due il fascio di tagliandi. E George Gardner mi guardò per vedere se avevo sentito e io avevo sentito benissimo e lui disse: «Non badare a quello che hanno detto quei fannulloni, Joe. Il tuo vecchio era un uomo in gamba». Ma io non lo so. Si direbbe che una volta cominciato non vogliano lasciarti proprio nulla

 

La lunga storia delle corse nel tempio degli ostacoli: Cheltenham: salus per acquam

Nella foto il tracciato dell’ippodromo

Redazione

Anche quest’anno il Festival di Cheltenham presentato da Magners, una società che produce Sidro nella Contea Tipperary, in Irlanda, si è svolto regolarmente, con la presenza, nei quattro giorni, di oltre 250.000 spettatori paganti, in lieve calo, per i noti motivi, rispetto allo scorso anno: per la precisione il giorno della Magners Coppa d’Oro gli spettatori sono stati 68.859 (71.953) e in totale 251.468 (- 14.873).

Da quando nel 1716 sono state scoperte le sorgenti di acque minerali (da qui il nome di Cheltenham Spa, salus per aquam), di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia.
Le corse dei cavalli sono iniziate nel lontano 1815, ma il Festival degli ostacoli nel 1902.
Pensate che il primo aereo turbogetto a volare nel Regno Unito, il Gloster E 38/39, è stato costruito a Cheltenham, che si trova nel Gloucestershire.
Questa bellissima cittadina è nota anche per le sue architetture Regency.
Il Regency è uno stile architettonico che si riferisce principalmente alle costruzioni Inglesi del periodo dei primissimi anni del XIX secolo quando il Principe Giorgio del Galles venne nominato Principe reggente per conto del padre Re Giorgio III.
Lo stile corrisponde al Biedermeier dei paesi Germanofoni, al Federal degli Stati Uniti ed allo stile Impero Francese.
Lo stile segue perfettamente l’architettura neoclassica Georgiana, aggiungendo un tocco di eleganza e luminosità alle strutture.
Tratto distintivo dello stile Regency si trova nella facciata ove la porta, solitamente di colore nero, è affiancata da due colonne che talvolta sostengono un balconcino.
Le balconate sono spesso in ferro battuto e le finestre ad arco sono parte integrante dello stile 

https://sportnews.snai.it/ippica/cheltenham-spa-salus-aquam-le-corse-dei-cavalli-20032020-4393

Sara e Camilla ecco come ricondizionano i cavalli da corsa per gli sport olimpici.

Solo incompetenti e spesso in malafede negano che il cavallo da corsa, purosangue e trottatore possa essere utilizzato nelle competizioni olimpiche e negli altri sport dedicati al cavallo. Ecco l’esempio e uno scritto di Sara Ceccacci e Camilla Orlandi (CG).

Qui sopra: da sx. Luca e Luca con Aguja una cavalla ricondizionata e ricollocata, Only Now, Orbita Azzurra e Dieta Petral

Nelle foto di apertura Sara (a sx) e Camilla

di Sara e Camilla

La storia di Camilla

Buongiorno a tutti i lettori, ci presentiamo: siamo Sara Ceccacci e Camilla Orlandi, due ragazze unite da una passione in comune che nasce in entrambe con una storia analoga. Abbiamo 26 e 25 anni, abitiamo nel Lazio e in Toscana. Ci siamo affacciate nel mondo equestre all’età di 8 anni, per lo più passeggiate. Poi ognuna di noi ha avuto un vissuto distinto, Camilla ha dato una svolta alla sua passione con l’arrivo della sua prima cavalla Orbita Azzurra, una Trotter di 3 anni. Il suo arrivo l’ha trasportata nel mondo ippico per cercare notizie sul suo passato, ed è cosi riuscita ad entrare in contatto con gli allenatori della sua puledra entrando a far parte di una delle migliori scuderie di cavalli da trotto montato. La sua passione è maturata di giorno in giorno fino ad avvicinarsi al mondo del galoppo, del quale oggi fa parte come Amazzone montando in corsa.

La storia di Sara

Invece la mia storia equestre è partita nella monta inglese con la disciplina del completo e dei pony games, ma già da piccolissima ho sempre avuto attrazione verso il cavallo da corsa. Circa sette anni fa comprai la mia prima cavalla, una Anglo araba a fondo inglese in piena attività, ritirata da me dal mondo ippico, uscita lei, entrata io, che inevitabilmente finivo con l’innamorarmi di quei cavalli speciali, in particolare uno, quello che ha fatto scattare in me la voglia di fare qualcosa di concreto per loro. Only Now, purosangue, il cavallo dei miei sogni, un carattere eccezionale, venduto a fine carriera in Sicilia. Feci una promessa a quel cavallo, gli dissi che l’avrei salvato e dopo un viaggio durato 10 mesi l’ho riportato a casa con me. Arrivò zoppo, ma con una luce negli occhi che non dimenticherò mai.

Entrambe negli anni abbiamo cercato sistemazione per i cavalli che ci sono entrati un po’ nel cuore come nel caso di Noble Soul purosangue di 3 anni che Camilla ha sistemato a Roma in una famiglia con due bambine che lo trattano come un fratello, Aguja anche lei una purosangue di 3 anni che ho presentato ad un amico e condividono da tempo una bellissima storia di intesa e collaborazione.

Il gruppo Facebook “Ricollocamento cavalli da corsa”

La nostra unione oggi si concretizza nell’idea di creare un gruppo Facebook dove segnalare e condividere cavalli in cerca di casa, in vendita o adozione, filtrando noi le richieste per assicurarci che vadano a star bene. “Ricollocamento cavalli da corsa” il nome del nostro gruppo è solo l’inizio di mille idee che vorremmo portare a compimento, come quelle di fondare un’associazione atta a rieducare questi cavalli superlativi con l’appoggio di scuderie e volontari, così da poter dare una seconda vita non solo come animali da affezione ma anche come atleti, data l’età e la breve carriera ippica restano cavalli versatili su più discipline e sarebbe un messaggio importante per rilanciare anche il settore ippico sapere che in Italia esiste un canale di redistribuzione legale che pensa al loro benessere, poter dare cavalli avviati, rieducati, trasformerebbe anche l’opinione distorta che esiste nel settore equestre del purosangue ingestibile e non adatto.

La valorizzazione di una razza straordinaria

Si rivalorizzerebbe una razza intera e cesserebbe di essere il cavallo preso perché costa poco che poi finisce nelle mani sbagliate che lo rende ingestibile. Faremo un passo alla volta sperando che questo progetto possa arrivare lontano e suscitare interesse nelle persone così da avere la possibilità di creare questa fondazione per aiutare cavalli e umani ad incontrarsi per vincere la corsa più importante insieme!

La genealogia Only Now, il purosangue di Sara

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Ippica dimenticata. È morto Gaucci, di lui si ricordano solo le glorie calcistiche (video Arc Tony Bin 1988).

Nei necrologi è solo ricordato come proprietario del Perugia Calcio. Nulla sull’essere stato l’ultimo italiano a vincere un Arc. Il cavallo era l’immenso Tony Bin.

Santorre di Santarosa

Con il vincitore dell’Arc incasso dalla vendita ai giapponesi 4 milioni di euro che gli permisero in parte l’acquisto del Perugia Calcio. Intermediario fu Eugenio Colombo.

Il cavallo aveva 5 anni e rientró dalla sconfitta nel Jockey Club zoppo in un solitario avvio verso le scuderie di San Siro. Probabilmente era già stato venduto nel totale disinteresse del suo proprietario che si presentava a San Siro con una busta di plastica che conteneva la giubba di scuderia. Qualche anno dopo il trofeo dell’Arc venne venduto dopo aver fatto bella mostra di se in una celebre gioielleria di Milano, a testimonianza del totale disinteresse del proprietario per quel grande cavallo.

Toni Bin nasceva da un incredibile incrocio tra un modesto discendente di Nearco (Kampala) e una figlia di un grande padre di fattrici Hornbeam, padre del l’altrettanto immenso dormelliano Claude, che ripeteva l’incrocio vincente tra Nearco e Hyperion.

Era allenato dal sor (Luigi) Camici.

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2020: un grande Amerique, vinto da un grande cavallo: Face Time Bourbon. (video corsa e i video dei 100 vincitori)

Tutto secondo pronostico, tutto secondo le previsioni: a vincere l’edizione 2020 del Grand Prix d’Amerique, quella del centenario, è Face Time Bourbon, davanti a Davidson du Pont, mentre in terza piazza si classifica la campionessa uscente, Belina Josselyn. In casa Italia si può essere soddisfatti per la quinta posizione di Vitruvio, mentre rompono Ringostarr Treb e Vivid Wise As.

La Course

 

In un video tutte le edizioni dell’Amerique. Il Grand Prix d’Amérique ha festeggiato domenica i suoi primi 100 ans. Dalla prima edizione vinta da Pro Patria, che vinse anche la successiva edizione, al record di Readly Express.

Il risultato

  • 1er – n°9 – Face Time Bourbon – B. Goop – 1’11″50
  • 2ème – n°7 – Davidson du Pont – F. Ouvrie – 1’11″60
  • 3ème – n°16 – Belina Josselyn – J.M. Bazire – 1’11″70
  • 4ème – n°2 – Chica de Joudes – A. Laurent – 1’11″80
  • 5ème – n°11 – Vitruvio – A. Gocciadoro – 1’11″90

 

Gli Emirati investono nel nostro allevamento: Halid Khalifa Al Nabooda per Razza di Pinè.

Nella foto di apertura Af Maher vince il Dubai Kahayla Classic (Gr1 PSA). Qui sopra a sx Khalid Khalifa Al Nabooda, accanto il vincitore al rientro.

Redazione

Sempre molto attiva, la realtà italiana dei cavalli purosangue arabi ha catturato l’interesse di quello che indiscutibilmente è il personaggio di riferimento per i PSA non solo negli Emirati Arabi ma nel mondo intero. Khalid Khalifa Al Nabooda ha infatti acquistato in Italia tre fattrici dalla Razza de Piné: Razza di Gallura (già madre dell’attuale 4 anni Eghel de Piné, terzo nell’UAE Arabian Derby 2019 ad Abu Dhabi, e del 3 anni Avez de Piné, imbattuto in Italia e ora in allenamento negli Emirati), Fleur de Cardonne e Stria de Piné.

CHI ÈKhalid Khalifa Al Nabooda è un imprenditore di Dubai, figura concreta e solida con un importante gruppo finanziario alle spalle (il Khalifa Juma Al Nabooda Group), famoso per essere il più grande ed importante allevatore di PSA in tutto il mondo, con oltre 400 cavalli in allenamento!

La stampa di settore negli Emirati lo definisce “like the sun”, “come il sole”, e il pubblico degli ippodromi arabi lo osanna per aver legato per due volte il suo nome al Kahayla Classic, il gruppo 1 per PSA che si corre nella notte della Dubai World Cup. Nel 2016 lo ha vinto da allevatore con Af Mathmoon, che ha battuto i fortissimi cavalli del Qatar nel 2016, e nel 2019 da proprietario e allevatore con Af Maher, fermando l’armata saudita degli “Al Khalediah”.

Nessuno come lui oggi conta nel mondo dei PSA, con il suo team fa scelte forti e mirate per mantenere forte la leadership negli Emirati Arabi dove è stato più volte miglior proprietario davanti agli sceicchi. Tuttavia Khalifa Al Nabooda in passato si è segnalato anche con i purosangue inglesi: è stato suo Joshua Tree, due volte vincitore del Canadian International e poi stallone.

RAZZA DE PINÉ – Le fattrici sono state comprate dal magnate emiratino dopo una difficile trattativa svoltasi con Mattia Cadrobbi, responsabile della Razza de Piné. Respinta al momento l’offerta di acquistare l’intero parco fattrici PSA della formazione trentina, sempre più motivata a tentare la strada dei purosangue inglesi, intrapresa poco meno di un anno fa. È recentissimo infatti l’acquisto negli Stati Uniti di Victorious Won, una fattrice da More Than Ready, sorellastra di due vincitori di Breeders’ Cup Mile Turf (World Approval e Miesque’s Approval), cavalla condivisa al 50% con Jumeirah Stable Dubai di Belyouha Abdulrahman Saeed Bin Majed Al Muheiri, con il quale Cadrobbi ha altre comproprietà in Italia e all’estero, solide di uno stretto rapporto tra i due. Probabile ora un ritorno sul mercato dei PSI da parte della Razza de Piné.

Teresa Bellanova: l’ippica ha bisogno del tuo intervento (video).

Un video di cui è protagonista il direttore del blog realizzato da Chavalier.net per ricordare alla ministra il disastro dell’ippica italiana che suoi predecessori hanno contribuito a sfasciare e in merito al quale è urgente un suo intervento sia per il rilancio sia per un importante piano industriale che sia in grado di portare sviluppo e lavoro, come la stessa ministra ha affermato di voler provvedere per tutto il comparto agricolo-zootecnico.